
L’altro giorno ero in riunione con il mio team.
A un certo punto il mio caposquadra non è riuscito a gestire una situazione con il resto della squadra.
Sono intervenuto immediatamente.
Ho preso in mano la conversazione, rimesso ordine e risolto il problema.
Qualche ora dopo mi sono accorto che, ancora una volta, avevo fatto al posto di qualcun altro qualcosa che avrebbe potuto fare da solo.
E mi sono fatto una domanda che conosco molto bene:
Come sono finito di nuovo in questa situazione?
Mi capita al lavoro. Mi capita con gli amici. Mi capita nelle relazioni e con mia figlia.
Vedo qualcuno in difficoltà e salto dentro a salvarlo.
Per molto tempo ho pensato che iniziasse da una decisione: vedo un problema, so come risolverlo e intervengo.
Ma durante quella riunione ho provato a riavvolgere la scena.
Il mio intervento non era iniziato quando avevo aperto bocca.
Era iniziato qualche secondo prima.
La parte alta della pancia si era irrigidita. Avevo contratto e curvato le spalle. Il respiro si era bloccato.
Poi ero intervenuto.
Appena la situazione era tornata sotto controllo, le spalle si erano allentate un poco e avevo ricominciato a respirare. Gli addominali alti, però, erano rimasti tesi.
Il problema era risolto, ma il mio corpo era ancora pronto per il successivo.
Prima ancora della mia testa
Il mio corpo riconosce alcune situazioni in un millisecondo.
Prima ancora che io abbia pensato a cosa fare, compie il gesto che conosce per scaricare la tensione: intervengo, risolvo, riduco l’attrito.
E funziona.
Risolvere problemi mi dà soddisfazione. Mi fa sentire competente, utile e apprezzato.
Se sono utile, sono degno di promozione o amore.
Questa capacità mi ha portato lontano. Sono sempre stato di grande supporto ai miei capi. Non creavo problemi e cercavo proattivamente soluzioni che rendessero più semplice il lavoro degli altri.
Non voglio liberarmi di questa capacità.
Il punto è accorgermi quando sono io a scegliere di usarla e quando, invece, sono già saltato dentro prima ancora di riuscire a respirare.
Imparare a leggere la stanza
Questa risposta viene da molto lontano.
Quando ero bambino, durante il divorzio dei miei genitori, imparai presto a non dare fastidio.
Non ho ricordi nitidi di quel periodo. Ricordo però che ogni notte facevo la pipì a letto e succhiavo il pollice, tanto da storcermi i denti.
Imparai a leggere le facce, gli sguardi e il tono della voce. A capire che aria tirava nella stanza. A prevedere cosa potesse servire agli altri e a ridurre ogni possibile attrito.
Ancora oggi, quando la sera io e mia figlia siamo gli ultimi svegli e lei apre con il piede il bidoncino del bagno facendo sbattere il coperchio contro la parete, il mio corpo reagisce prima di me.
Una parte di me sta ancora cercando di non disturbare nessuno.
Le persone non cambiano. Finché
“Le persone non cambiano” è sia vero sia falso.
Possiamo cambiare lavoro, relazioni e persone intorno a noi, per poi domandarci:
Cambiano i protagonisti e la scenografia. Il nostro corpo riconosce la scena e recita la stessa battuta.
Ma alcune persone cambiano, eccome.
Non perché diventano qualcun altro o perché finalmente hanno capito tutto.
Cominciano ad accorgersi di quegli attimi nei quali il corpo ha già iniziato a scegliere per loro.
Riuscire a notarli cambia il modo in cui guardiamo ciò che ci accade.
Riuscire a restare presenti abbastanza a lungo da poter scegliere, invece, è un lavoro diverso.
È il lavoro che faccio con le persone. Ed è difficile farlo soltanto leggendo un articolo.