Falso volere: come riconoscere un desiderio che non è veramente tuo

Hai lavorato, fatto sacrifici e rinunciato ad altro per ottenere ciò che desideravi.

La promozione, i soldi, una relazione, una casa, il riconoscimento oppure il ruolo che avevi immaginato per anni.

Finalmente lo raggiungi.

Per qualche momento sei soddisfatto. Magari festeggi, ricevi complimenti e racconti agli altri quanta fatica sia stata necessaria per arrivare fin lì.

Poi, quando tutto si calma, emerge una domanda:

È tutto qui?

Può comparire come un senso di vuoto, una tristezza difficile da spiegare oppure il bisogno di definire immediatamente un nuovo obiettivo, ancora più grande.

Il problema potrebbe non essere che ciò che hai ottenuto non sia abbastanza.

Potrebbe essere che non fosse davvero ciò che volevi.

Che cos’è il falso volere?

Il falso volere non è semplicemente desiderare qualcosa di sbagliato, inutile oppure moralmente discutibile.

È qualcosa che persegui credendo sinceramente che sia ciò che vuoi, ma che in realtà nasce da una deviazione, da un adattamento oppure dal tentativo di compensare qualcosa che senti mancare.

Puoi inseguirlo per anni, impegnarti seriamente e persino raggiungerlo.

Proprio per questo è difficile riconoscerlo: mentre lo stai perseguendo, non ti appare falso. Ti sembra ragionevole, necessario e spesso persino autentico.

Il falso volere non è dove eri diretto: è dove hai deviato.Condividilo su

I tre modi in cui deviamo

Una prima forma di falso volere è il desiderio-mezzo.

Quando avrò abbastanza soldi, allora sarò libero.

Quando troverò una relazione, allora non mi sentirò più solo.

Quando avrò ottenuto quel ruolo, allora finalmente sentirò di valere qualcosa.

In questi casi ciò che diciamo di volere non è veramente la destinazione. È soltanto il mezzo che immaginiamo necessario per ottenere un’altra esperienza.

Non c’è niente di male nel volere soldi, una relazione oppure una promozione. Il problema nasce quando attribuiamo a queste cose il compito di darci qualcosa che non sappiamo nemmeno nominare chiaramente.

Rischiamo così di passare anni a costruire il mezzo e scoprire, soltanto dopo averlo ottenuto, che non ci ha portati dove pensavamo.

Una seconda forma è il desiderio ereditato.

Da bambini impariamo molto presto quali comportamenti e desideri ricevono approvazione e supporto. Comprendiamo che alcune direzioni vengono incoraggiate, mentre altre preoccupano, deludono oppure provocano un implicito:

Se fai ciò che vogliamo noi, siamo qui a sostenerti. Se vuoi fare di testa tua, arrangiati.

Per continuare a sentirci vicini alle persone che amiamo, impariamo ad adattarci alle regole implicite della famiglia e dell’ambiente in cui cresciamo.

Non mettiamo da parte soltanto alcuni comportamenti. A volte mettiamo da parte anche ciò che volevamo davvero.

Quando terminai le scuole superiori ero indeciso tra la facoltà di psicologia e ingegneria.

Scelsi ingegneria e mi raccontai che la psicologia mi interessava soltanto a livello personale, mentre ingegneria rappresentava qualcosa di più concreto su cui costruire un lavoro.

Non ricordo qualcuno che mi abbia esplicitamente detto quale facoltà scegliere. Nessuno mi obbligò a studiare ingegneria.

Eppure avevo già assorbito una precisa idea di ciò che fosse una scelta sensata, sicura e capace di ricevere approvazione. Quell’idea parlava con la mia voce, quindi mi sembrava completamente mia.

Non significa che ingegneria fosse necessariamente la scelta sbagliata oppure che avrei dovuto studiare psicologia.

La domanda interessante è un’altra:

Stavo scegliendo ciò che desideravo davvero oppure ciò che mi avrebbe fatto apparire ragionevole agli occhi delle persone importanti per me?

Il punto non è accusare i nostri genitori oppure liberarci da tutto ciò che abbiamo ereditato.

Ci siamo adattati anche per amore, per restare aderenti a chi si prendeva cura di noi e per continuare a ricevere sicurezza e supporto.

È così che spesso nasce un falso volere. Non arriva come un ordine imposto da qualcun altro. Si presenta come la scelta più logica e, dopo abbastanza tempo, dimentichiamo che avremmo potuto desiderare altro.

La terza forma è il desiderio-compensazione.

Alcuni desideri non puntano realmente verso qualcosa. Cercano soprattutto di allontanarci da una sensazione, da un’identità oppure da una parte di noi che non vogliamo incontrare.

Possiamo volere il successo per non sentirci irrilevanti, una relazione per non sentirci soli oppure una macchina costosa per sentirci finalmente percepiti quando entriamo in una stanza.

Anche desideri apparentemente profondi e spirituali possono diventare compensazioni.

Voler trovare il proprio scopo, guarire completamente oppure trasformarsi in una persona diversa può essere un modo sofisticato per rimandare una domanda più concreta e scomoda:

Che esperienza voglio avere ?

Un falso volere di questo tipo non nasce da un movimento verso qualcosa. Nasce da una fuga travestita da destinazione.

Come impariamo a volere ciò che non vogliamo

Impariamo a volere attraverso le relazioni.

Molto prima di poter riflettere consapevolmente sui nostri desideri, osserviamo ciò che viene premiato, ciò che riceve attenzione e ciò che permette di restare vicini alle persone importanti per noi.

Ogni famiglia, scuola e ambiente possiede una propria narrativa su ciò che rende una persona degna di approvazione:

  • quale lavoro è rispettabile;
  • quanto denaro bisogna guadagnare;
  • come dovrebbe essere una relazione;
  • quanto spazio possiamo occupare;
  • quali parti di noi è meglio non mostrare.

Progressivamente possiamo iniziare a confondere ciò che vogliamo con ciò che ci consente di essere accettati.

Il desiderio ereditato non ci sembra imposto. Dopo abbastanza tempo diventa la nostra voce.

È facile immaginare che, una volta eliminati i condizionamenti, emerga un desiderio nobile, luminoso e perfettamente coerente con l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi.

Spesso accade il contrario.

Ciò che vogliamo davvero può essere piccolo, concreto, imbarazzante oppure difficile da ammettere.

Può deludere qualcuno, contraddire il personaggio che abbiamo interpretato per anni oppure far emergere parti di noi che avevamo nascosto dietro fotografie più presentabili.

Nella saga dei Pirati dei Caraibi, Jack Sparrow possiede una bussola particolare: non indica il Nord, ma ciò che chi la impugna desidera maggiormente.

Quando Elizabeth Swann, la figlia del governatore di Port Royal e promessa sposa di Will Turner, la usa, la bussola sembra puntare verso Jack, non verso Will, l’uomo che ama e con cui pensa di voler costruire una vita.

Elizabeth ne rimane turbata.

Desidera davvero Jack oppure la libertà, l’avventura e la parte di sé che lui rappresenta?

La bussola non le offre una risposta rassicurante. Le mostra soltanto che ciò che desidera potrebbe non coincidere perfettamente con ciò che pensa di dover desiderare.

Il problema non è che la bussola sia rotta.

È che a volte abbiamo paura della direzione che indica.

Come riconoscere un falso volere

Non esiste un test infallibile, ma alcuni segnali possono indicare che ciò che stai inseguendo non è davvero la tua direzione:

  • raggiungerlo lascia un senso di vuoto oppure produce subito il bisogno di ottenere ancora di più;
  • richiede continuamente più sforzo del necessario;
  • lo descrivi nella forma: Quando avrò X, allora finalmente potrò essere Y;
  • dipende soprattutto dal comportamento, dal cambiamento o dall’approvazione di qualcun altro;
  • è astratto e socialmente presentabile, ma fatichi a descrivere concretamente l’esperienza che desideri avere;
  • nasce principalmente da qualcosa che non vuoi più sentire o vivere;
  • senti il bisogno di giustificarlo continuamente a te stesso e agli altri.

Un falso volere tende a consumare energia.

Questo non significa che ciò che vogliamo davvero sia sempre facile oppure che non richieda lavoro, disciplina e persistenza.

C’è però una differenza tra impegnarsi per qualcosa che sentiamo nostro e combattere continuamente contro noi stessi per costringerci ad andare in una direzione.

Quando la direzione è nostra, possiamo attraversare anche periodi difficili, ma sotto la fatica rimane una forma di radicamento. Non dobbiamo convincerci ogni giorno che ne valga la pena.

Quando riconosciamo qualcosa che vogliamo davvero, spesso cambia anche il nostro corpo.

Possiamo percepire più radicamento, energia, rilassamento e fluidità. La direzione smette di essere soltanto un’idea e diventa qualcosa verso cui ci sentiamo naturalmente portati a muoverci.

Questo non significa però che ogni sensazione corporea dica la verità.

Anche il corpo può essere impaurito, condizionato, reattivo oppure disorientato. Possiamo sentire intensamente il bisogno di fuggire da qualcosa e scambiare quella spinta per una direzione autentica.

Per questo è difficile sapere cosa vogliamo veramente mentre siamo stressati, preoccupati oppure concentrati su ciò che vogliamo evitare.

Possiamo fidarci maggiormente di ciò che emerge quando siamo sufficientemente presenti e radicati, quando non abbiamo bisogno di ottenere immediatamente qualcosa per poter stare bene.

Soltanto da quella posizione possiamo iniziare a distinguere ciò che vogliamo da ciò che pensiamo possa salvarci.

Riconoscere la propria direzione

Riconoscere un falso volere non significa semplicemente chiedersi se desideriamo davvero qualcosa.

Se fosse così facile, non passeremmo vent’anni a inseguirlo.

Il problema è che un falso volere non ci appare falso. Lo sentiamo ragionevole, necessario e spesso persino autentico. Abbiamo costruito intorno a esso decisioni, relazioni e una parte della nostra identità.

Per questo la domanda Cosa vuoi ? raramente produce subito una risposta pulita.

È una domanda dentro cui bisogna imparare a restare, osservando cosa accade nel linguaggio, nel corpo e nelle scelte concrete.

Forse, allora, il primo passo non è scoprire immediatamente cosa vuoi veramente.

È riconoscere la cosa che continui a inseguire, pur non ricordando più quando hai deciso di volerla.


Questo è uno dei lavori che faccio nelle sessioni individuali e di gruppo: non aiutarti a raggiungere più velocemente qualsiasi obiettivo, ma verificare insieme se la direzione verso cui stai mettendo energia è davvero la tua. Se sei interessato prenota una sessione esplorativa senza impegni da parte tua.

Condividi

Commenti

Ancora nessun commento. Perché non inizi una discussione?

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *