Quando non ho niente da dire

Ho ripreso a pubblicare da 2 settimane. Mi sono ripromesso di farlo con regolarità ogni settimana, come in passato.
Ovviamente prima ho guardato cose inutili sui social. In quel momento mi sembrava la cosa più importantissima da fare.
Sì, lo so che non si dice, ma è proprio così che l’ho sentita.

Poi ho scritto una prima bozza: un’idea interessante, ma non sono riuscito a darle corpo.
Poi un secondo tentativo, cambiando strada… ma ancora inconcludente.

A quel punto nella mia testa si è aperta una trattativa degna di un souk marocchino.

Una voce dice: “Salta. Non succede niente.”

Un’altra dice: “Pubblica qualcosa, anche se non è perfetto.”

Poi ce n’è una terza, più onesta: “Non barare. Non riempire spazio solo per dire che hai pubblicato.”

Forse mantenere un impegno con sé stessi non significa produrre sempre qualcosa di brillante.
Forse significa restare abbastanza a lungo da dire la verità.

Oggi la verità è questa: non avevo un’idea.

E forse il punto è proprio questo.

A me piace molto l’idea di pratica, non intesa come prestazione o disciplina militare, ma intesa come attività che serve per darci una centratura, una direzione e un’occasione per conoscerci.

L’importante, forse, è tornare.

Tornare a mettersi in gioco.

Tornare a scrivere.

O a muoverci.

O a suonare.

O a fare qualsiasi cosa abbiamo scelto come pratica.

Serve per rimanere in relazione con ciò che abbiamo scelto.

Anche senza fuochi d’artificio.

Anche senza una grande idea.

Non per dimostrare qualcosa, ma per rimanere in relazione con noi stessi.

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